SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da flyer il Gio 5 Giu 2008 - 21:39

[quote="mind_thinking"]

Dammi lussuria, piccola.
Flash.
Dammi tregua.
Flash.


(potrebbero bastare questi pochi versi, che dici??????? fiuii )
Legherò la luna con un laccio e te la porterò in dono.

"I kissed a girl and I liked it...Us girls we are so magical,soft skin, red lips, so kissable, HARD TO RESIST SO TOUCHABLE.."

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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da mind_thinking il Ven 6 Giu 2008 - 11:47

'Perché è la perdita la misura dell'amore?[...] Dicesti: ' Ti amo'. Com'è che la cosa meno originale che sappiamo dirci è tuttavia la sola cosa che desideriamo sentire? 'Ti amo' è sempre una citazione. Non sei stata tu a dirlo per la prima volta e nemmeno io, eppure, quando lo dici tu e quando lo dico io, siamo dei selvaggi che hanno scoperto due parole e le venerano.'

("Scritto sul corpo" - Jeanette Winterson)
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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da Djelli il Ven 6 Giu 2008 - 12:01

Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c'è in Bertham Street, d'estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c'è mai stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell'aria, l'aveva respirata davvero. Il mondo, magari, non l'aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l'anima.
In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente.



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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da mind_thinking il Ven 6 Giu 2008 - 12:05

djelli ha scritto:Potevi pensare che era matto. Ma non era così semplice. Quando uno ti racconta con assoluta esattezza che odore c'è in Bertham Street, d'estate, quando ha appena smesso di piovere, non puoi pensare che è matto per la sola stupida ragione che in Bertham Street, lui, non c'è mai stato. Negli occhi di qualcuno, nelle parole di qualcuno, lui, quell'aria, l'aveva respirata davvero. Il mondo, magari, non l'aveva visto mai. Ma erano ventisette anni che il mondo passava su quella nave: ed erano ventisette anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l'anima.
In questo era un genio, niente da dire. Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli son buoni tutti, sapeva leggere la gente.
( abbraccio )

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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da Djelli il Ven 6 Giu 2008 - 12:16

Dice la legge del saggio orsacchiotto: meglio un bel libro al cesso che un libro di merda in salotto.

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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da Djelli il Ven 6 Giu 2008 - 13:10




Eduardo dice, giustamente, che la consapevolezza non è pericolosa se la si mette a frutto per fare qualcosa o creare qualcosa. Ma se uno resta lì a contemplare la propria consapevolezza finisce col marcire. Soffro profondamente perché mi manca il ritmo elettrico di New York (o di Rank?). Era come stare in sella a un focoso cavallo da corsa, che ti dava vigore animale. Qui è come una pattumiera. Henry(*) dice che in questa pattumiera l'anima si espande. Non la mia. Io ero ebbra di libertà, di grandezza, di spazio e dinamismo.
Parigi è un orto di verdure. Dove sono le mie ali, i miei aerei, le mie navi, i treni e la luminosità di New York? Voglio andarmene. Louveciennes è troppo piccola per me. La vita di Henry è troppo lenta e sonnacchiosa.
Scalpito. Je piétine sur place.
Sono in attesa di un amante. Devo essere squarciata e strappata via a forza, e vivere secondo i demoni e l'immaginazione che ho in me. Non ho pace. C'è qualcosa che mi chiama altrove. Le stelle mi stanno di nuovo tirando i capelli. Sento che devo obbedire - a cosa? Al capriccio. Sto aspettando quest'uomo che sognavo mentre Huck mi parlava - quest'uomo che mi avrebbe liberato da tutti gli altri. Nemmeno uno è stato abbastanza forte da liberarmi dalle ambivalenze e dalle divisioni. A Louveciennes c'è un ordine, un ordine divino che mi è necessario per continuare a lavorare. Vivere continuamente con Henry mi è impossibile perché con lui non sono me stessa. Tutto dev'essere come lui vuole. Mangiamo, dormiamo secondo i suoi orari. Frequentiamo i suoi caffè, andiamo a vedere i suoi film; leggiamo i suoi libri, cuciniamo per i suoi amici, tutto è solo in sua funzione.
A Louveciennes tutto è in funzione mia.

Oggi copro Henry d'amore e di tenerezza. Un altro giorno copro di tenerezza Hugh, perché sta male a causa di un ascesso. Mi dedico totalmente a lui. Devo andare a trovare mio padre per un paio d'ore perché sta partendo per il Sud.

Questo mio ego sta crescendo a dismisura. Sono meno felice di quando ero meno egoista.
Quando mi rivolgo a Eduardo con le mie domande, chiamo le sue risposte "astroanalisi". Dice che ho Marte nella Bilancia per cui sto esprimendo il mio Marte invece di lasciare che lo faccia Henry. Gli chiedo: "Mi imbarcherò domani? Andrò da qualche parte? Devo obbedire ai miei impulsi o ridere di me stessa?"
Perché niente riesce a trattenermi? Henry sta scrivendo, ma non vive. Quanto a Fraenkel, non posso avvicinarmi troppo, come non avrei dovuto avvicinarmi troppo a Rank. A Rank ho dato una vita a due troppo piena, troppo completa quando eravamo a New York e dopo non ha più potuto essere solo un amante. Se non mi fossi comportata cosi, forse non avrebbe preteso di avermi tutta per sé. E forse c'incontreremmo ancora in quella brutta camera francese per qualche ora alla settimana.
Mi sento stranamente liberata; non c'è frontiera, non c'è parete, non c'è timore, non c'è niente che mi trattenga dall'avventura. Mi sento cieca, instabile, senza dimora o direzione. È adesso che posso diventare veramente pericolosa per la felicità di Hugh, di Henry, di mia madre e di Joaquin. Una tigre sguinzagliata, senza pastoie.
Sacrifici. Sono tornata da New York, allontanandomi dal mio lavoro e dalla mia libertà, perché Hugh è venuto a prendermi, convinto, nel suo candore, che sarei tornata. Sono tornata perché Henry non voleva rimanere a New York. Sarei tornata anche per Huck, per mio padre, per mia madre e per Joaquin. Non per me. E qui?



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OMOSAPIENS 2 - SPAZI E IDENTITÀ QUEER

Messaggio Da SaraMuratoreakaStabiloDj il Sab 7 Giu 2008 - 14:10

I quattro saggi della seconda sezione, intitolata “Viaggi e (S)Confinamenti”, rispondono in modi diversi al problema dei confini, identitari e spaziali: in gioco sono i confini tra l’identità nazionale (eteronormativa) e l’alterità (omo)sessuale, tra spazio pubblico e vita privata, tra spazio della narrazione e spazi di vita vissuta, tra visibilità ed invisibilità, tra chi decide di fare coming out e di narrarlo, seppur nello spazio anonimo e pubblico del web, e chi invece non può rivelarsi e affermare a se stesso/a e agli altri la propria identità, che è il primo spazio vitale di ognuno.

L’ultima sezione raccoglie tre interventi sugli spazi transgender, ognuno dei quali parla di un luogo diverso – Porto, Palermo e San Francisco. Ma non sono solo i diversi spazi geografici a parlare di traiettorie esperienziali e identitarie diverse: i luoghi qui diventano veri e propri spazi degli eventi, e dei traumi. E’ importante porre in rilievo anche lo spazio della scrittura della propria esperienza, che, depositandosi in un archivio, si trasforma anche in uno spazio che non serve tanto alla conservazione quanto alla condivisione. Archivio quindi non come chiusura, ma come apertura, nel tempo e nello spazio.

Il volume si conclude con due rassegne: la prima segnala ai lettori italiani i testi angloamericani che hanno fatto la storia degli studi su sessualità e spazio, e della geografia queer. La seconda rassegna ha lo scopo di introdurre il lettore italiano allo stato dell’arte degli studi gay, lesbici e queer nell’area dei paesi slavi, con particolare riferimento a Polonia, ex-Jugoslavia e Serbia in particolare.

La parte finale del libro è invece dedicata a recensioni e segnalazioni dei volumi più recenti di critica gay/lesbica e queer in campo italiano ed internazionale. Very Happy

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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da mind_thinking il Mar 10 Giu 2008 - 11:16

delusione[de-lu-sió-ne] s.f.

1 Stato d'animo di tristezza provocato dalla constatazione che le aspettative, le speranze coltivate non hanno riscontro nella realtà SIN disinganno, frustrazione: d. amorosa; dare una d.

2 estens. Chi o ciò che provoca tali stati d'animo o che semplicemente non appaga SIN fallimento, fiasco: il viaggio è stato una d.

• sec. XIV


il Sabatini Coletti Dizionario della Lingua Italiana
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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da Djelli il Mar 10 Giu 2008 - 11:43

A volte, entrando a metà serata in un pub del centro, si ha la sensazione di avere perso l'attimo: tutti quelli che vanno a bere dopo il lavoro sono già tornati a casa, e quelli che vanno a bere più tardi non sono ancora arrivati, ci sono bicchieri vuoti sparsi qua e là (e portacenere pieni, se si tratta di un paese civile), e tu in quel casino non hai avuto nessuna parte..."



Nick Hornby,

una vita da lettore...
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Re: SEGNALATECI DEI LIBRI DA LEGGERE...

Messaggio Da mind_thinking il Mar 10 Giu 2008 - 17:33

Mind esagera!



Cécile, che non ha mai avuto un uomo e che ho conosciuto vergine... "Questione di pelle" diceva: orrore della grana ruvida, grossolana, delle epidermidi maschili. Cécile, così a lungo ostile a ogni idea di penetrazione.
"Adoro i baci," diceva "baciami, non farmi male".
Ho incominciato ad ammaestrarla. Non potrò finire la mia opera.

Era venuta per seguire dei corsi di teatro che tenevo i lunedì e i mercoledì sera in un laboratorio.
Possedeva quello squisito ritegno tipico delle persone molto timide e che spesso contraddistingue i grandi attori. E anche un'obbedienza... E quella pelle da bruna irlandese - deliziosa porcellana, di grana finissima.
E vuota. Lei era affascinante per il suo vuoto. Aveva una profonda consapevolezza della vacuità delle cose e degli esseri umani, e anche di se stessa. Un sentimento di inutilità di stare al mondo. Un nulla. Era venuta chiedendo al teatro di riempire quella conchiglia vuota. Dietro quel suo sorriso luminoso c'era un baratro - e la s'intuiva china sul proprio vuoto interiore, affascinata dall'idea di precipitarvi dentro. Era tendenzialmente una suicida. Nel diciassettesimo secolo sarebbe stata una mistica, destinata a un lungo martirio, dilaniata tra tutti i mali del mondo, riflessi di quelli del Cristo.
Un blocco di marmo - un'Antigone in carne e ossa, appena più florida dell'eroina isterica e anoressica di Anouilh. Un mercoledì tutti gli allievi dovevano presentarsi alla lezione con una scena, non necessariamente un monologo, liberamente scelta e imparata a memoria. Lei ha preparato un dialogo di Antigone con Creonte, e mi ha pregata di esser io Creonte, quello che sostiene i compromessi, che cerca di irretire, di tentare l'inflessibile fanciulla. Non c'era niente di innocente in lei, e mentre recitava con tranquillità, fissandomi con i suoi occhi di un azzurro cupo, tutti avevano la percezione che stesse accadendo qualcosa che oltrepassasse, e di molto, il teatro.
Quella sera l'ho accompagnata a casa - abitava ancora con i genitori -, abbiamo camminato a lungo sotto la pioggia di Parigi, sentivo un delicato profumo sprigionarsi dai suoi capelli umidi, e stavo vicinissima a lei solo per esser raggiunta dal suo odore. "Per tutto quel tempo, " mi ha poi confidato " aspettavo che mi prendessi la mano, che mi fermassi, che mi stringessi a te". Era così evidente che ho preferito far finta di nulla: non la desideravo, era un periodo in cui non desideravo nessuno, ma ero affascinata da quella serena vacuità. Dava l'impressione di aver già fatto, a diciassette anni, tabula rasa di tutto, di aver perduto ogni speranza.
L'ho baciata sulla guancia, fugacemente, davanti al portone di casa sua - affondando per un istante il mio viso fra suoi pesanti boccoli bruni e zuccherini.
"Vieni in teatro, se puoi, domani sera: devo provare".

È venuta, ovviamente, molto tardi - erano andati via tutti e stavo per rassegnarmi a tornare a casa sola. Ero sul palcoscenico a maledirmi per averla attesa, e mi accingevo a spegnere le luci di scena quando mi è parso di vedere una figura, in fondo, nel corridoio centrale.
Ho chiesto chi fosse.
Lei si è avvicinata, senza dir niente.
"Sono contenta che tu sia venuta" le ho detto. "Sali?".
È venuta verso di me con una lentezza esasperante, come se ogni suo movimento si decomponesse. Sempre in silenzio. È avanzata sulla scena, ancora tre metri, gli occhi bassi, poi ha sollevato la testa, due metri, non sorrideva, era rigida e seria, un metro, una distanza propizia per parlare, sessanta centimetri, una distanza da amica, da confidente, trenta centimetri, il movimento si decomponeva sempre più, una distanza a cui si può solo sussurrare, e poi mi sono ritrovata di colpo nel suo profumo, e ci siamo baciate per la prima volta, nel centro della scena - casualmente io ero vestita di rosso, e lei di nero. La piccola Antigone, fresca dell'odore della notte, del profumo della pioggia, ha posato le sue labbra sulle mie, e sono stata io a cercarle la lingua. Lei tremava lievemente, i suoi denti hanno urtato i miei, sapeva baciare a stento.
Ho immerso le mani nei suoi capelli, lei ha affondato il viso nel mio collo, non sapeva più cosa fare. Le ho preso la testa fra le mani, l'ho guardata a lungo, le ho sorriso, ma lei era sempre così seria... L'ho nuovamente baciata, accarezzandole con la punta delle dita i piccoli seni rotondi, nudi sotto il body attillato, le ho tolto la minuscola giacca nera, le ho accarezzato le spalle, quella sua pelle da statua, e la punta dei seni. L'ho nuovamente baciata, e questa volta è stata lei a cercare la mia lingua, sempre tremando.
L'ho spogliata con delicatezza - fino a scoprire una livida statua che emergeva nel centro del palcoscenico da un mucchio di straccetti neri. L'ho distesa sulla scena, nella polvere della scena, l'ho accarezzata tutta, poi sono scesa tra le sue cosce, con la guancia appoggiata su quel cuscino di un nero profondo come quello dei suoi capelli, e che profumava di fiori freschi. Sebbene fosse vergine, non ha esitato un istante, ha offerto il ventre alla mia bocca e ai miei sguardi. Mi sono un po' stupita di scoprirla vergine, ma era già bagnata, ho dischiuso il fiore tra le mie dita, l'ho sfiorato con la lingua, si è tesa come un arco ed è venuta, subito, premendomi forte la nuca e facendomi sprofondare nel suo sesso. Ho imparato presto che non le piaceva esser toccata dopo l'orgasmo, voleva soltanto il peso della mia testa sul ventre. Poi sono risalita per baciarla ancora, per stringerla a me. Non una parola, non una menzogna. Alla fine mi sono rialzata e lei giaceva ai miei piedi, in mezzo ai suoi abiti stazzonati, così bianca da essere teatrale, persino troppo. Aveva chiuso gli occhi - vedevo, sotto la sua pelle, esplodere brividi che poi lentamente si spegnevano.
"Allora..." ho mormorato - così, per dire qualcosa, per tornare alla realtà. Mi ha guardata - quella mia alta figura rossa ritta sopra di lei, come un carnefice in adorazione. Le ho teso la mano:
"Vieni".
Si è alzata, si è stretta a me, totalmente mia.
Siamo uscite - Parigi uggiosa, Parigi risplendente di luci opache.
"Devo tornare a casa" mi ha detto.
"Subito?".
"Sì, subito".
"Domani, allora?".
"Non so".
Le tenevo la mano, e sentivo che era già lontana.
"Domani?".
"Non posso...".
"Domani?".
Era come un ordine e, al tempo stesso, una supplica.
"Quando? ".
"Alle sei, a casa mia".
"Verrò" ha mormorato.
Sulla soglia di casa sua l'ho baciata ancora una volta, e di nuovo l'ho sentita fondersi sotto la mia bocca, l'ho spinta contro il portone, le ho accarezzato i seni, le mie mani sono scivolate fino ai suoi jeans scuri, le ho slacciato la cintura, l'ho sbottonata rapidamente, le ho strappato i gancetti del body, le ho immerso le dita nel sesso e lei si è inarcata, gemendo. La palpavo brutalmente, la graffiavo, nell'orgasmo ha urlato. A lungo ho lasciato la mano, immobile, conficcata come un artiglio nella sua xxxx spalancata e stillante.
"Domani" ho ripetuto. E sono andata via, senza voltarmi. Alle mie spalle ho sentito il rumore del portone che si apriva, il pesante tonfo quando si è richiuso, ho sollevato il viso verso la pioggia, e ho annusato a lungo le mie dita che profumavano di quell'odore di primavera zuccherina.

("Post scriptum" - Florence Dugas)
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